Conversazione con Vincent Grosjean
26 GENNAIO 2024
La missione del sommelier
La missione del sommelier è quella di raccontare il vino e noi di Ais Valle d’Aosta abbiamo deciso di farlo attraverso i suoi protagonisti. Nasce oggi la nostra rubrica dedicata ai volti del vino valdostano.
Negli ultimi vent’anni la viticoltura valdostana ha fatto passi da gigante, se ne legge spesso sulla stampa di settore. Ma cosa è successo prima di questo boom? Ce lo narra il primo ospite della nostra rubrica: Vincent Grosjean, che ha avuto “la disgrazia e la fortuna di partire dall’inizio” come ci racconta ironicamente durante la nostra intervista.
Conversare con Vincent è come fare un viaggio nel tempo nella viticoltura valdostana; il suo percorso professionale dagli anni ‘70 ad oggi è stato precursore e testimone di un cambiamento che sta portando la qualità produttiva della VDA a livelli sempre più alti.
Siete pronti a fare un viaggio nel passato per conoscere meglio la nostra regione e la storia della viticoltura valdostana?
Grosjean attualmente è il presidente del Consorzio Vini Valle d’Aosta ma il suo curriculum è ricchissimo: Consigliere regionale, presidente dell’Association Viticulteurs Encaveurs poi diventata Vival, fondatore della cantina che porta il suo cognome, prima ancora responsabile del settore viticolo per la Regione e chissà cos’altro abbiamo dimenticato di citare.
Da ragazzo, dopo le scuole medie, frequenta la scuola di agricoltura ad Aosta, oggi meglio conosciuta come IAR. Il canonico Vaudan – un nome noto a tutti gli eno appassionati valdostani – era l’allora preside dell’istituto. Proveniente dal Vallesedove la viticoltura era in esplosione, il religioso vide in Valle d’Aosta una possibilità di sviluppo simile a quella svizzera e, individuati gli allievi più meritevoli, lì incoraggiò a proseguire e ad approfondire gli studi.
<< Ricordo che prima di me, ha mandato Quinson e Praz a studiare. Vaudan continuava ad incoraggiarmi a frequentare la scuola di enologia a Caluso, anche se io da ragazzo non avevo gran voglia di studiare. Speravo che a casa non mi facessero andare e invece mio papà mi diede il permesso e mi disse: vai a fare la scuola così iniziamo a piantare delle vigne>>.
E da lì tutto iniziò …
La famiglia Grosjean allora aveva una piccola azienda con qualche capo di bestiame e 2000 metri di vigna. Chiediamo a Vincent se ricorda la prima bottiglia prodotta: << La prima vinificazione fu un ciliegiolo in purezza, facemmo circa 300 bottiglie e con questo vino partecipammo all’ Esposizione dei Vini della Valle d’Aosta. Delle aziende tuttora esistenti rammento che con me c’erano Costantino Charrère, Marco Martin, Emiro Gerbelle – il nonno di Didier – e Crea>>.
A fine anni ’70 la Regione costituì un servizio di assistenza tecnica in agricoltura, con specializzazioni in frutticultura, viticultura e lattiero-caseario, con lo scopo di far ripartire questo settore e supportare i produttori nella loro attività monitorando le tecniche di conduzione del vigneto, le possibili malattie delle piante e analizzando i vini in laboratorio. <<In quegli anni la produzione del vino era un’attività secondaria, alcuni tenevano quasi di più alla vigna che doveva essere esteticamente bella ma alla cantina dedicavano solamente il tempo residuo>>.
<<Il canonico Vaudan ha dato il via alla viticoltura valdostana, ma non bisogna dimenticare il canonico Duverney che si è dedicato al recupero e alla selezione varietale, ad esempio del Petit Rouge. Ha portato in valle, tramite il servizio di assistenza tecnica, un’agricoltura più pulita a lotta integrata limitando l’uso di trattamenti e pesticidi >>.
Nel 1972 a 18 anni Vincent inizia il suo percorso in Regione come tecnico di viticoltura ed enologia – esperienza durata poi 28 anni – che lo ha reso testimone del cambiamento: l’introduzione di nuove normative e disciplinari ridefinì i ruoli professionali nella produzione del vino, portando alcuni viticoltori a riconoscere di non poter seguire la filiera completa e adaffidarsi così a chi era più attrezzato.
Nel 1971 nasce la DOC Donnaz, la prima DOC valdostana,e alcuni vignerons decidono di fondare una cooperativa.
<< Quando hanno costituito la DOC Donnas nel ‘71 hanno ripetuto il disciplinare del Carema che aveva, a sua volta, preso spunto da quello del Barolo ma nessuno aveva lo spazio per tenere in cantina il vino per tutto quel tempo. Tutti facevano il vino a casa, col proprio metodo, e poi conferivano in cantina. La Cooperativa Cave di Donnas è nata principalmente come cantina di invecchiamento del vino >>.
Una curiosità: il disciplinare della DOC Donnas, riconosciuto con il Decreto dell’8 febbraio 1971 prevedeva l’invecchiamento di due anni; nel 1977 venne modificato ed innalzato a treanni. Nel 1992 infine, una modifica al disciplinare rese possibile ridurre l’invecchiamento a due anni.
Qualche anno dopo la nascita della DOC Vincent viene contattato dal presidente della cooperativa, che richiede la sua consulenza: <<Vengo chiamato come tecnico e accetto la sfida. Pensa che nel ‘77 non siamo arrivati ad avere il titolo alcolometrico minimo per avere la DOC; l’anno più critico di quelli che ricordo>>.
Ci facciamo raccontare quale fosse il panorama valdostano in quegli anni.
<<Negli anni Settantasi erano costituite una ventina di associazioni di viticoltori; quasi ogni comune da Morgex a PontSaint Martin aveva la sua associazione. In seguito, è nato un comitato di coordinamento con lo scopo di rappresentare tutte le associazioni davanti alla politica e farsi portavoce per le questioni più importanti. Nel 1972 nasce la DOC vino Enfer d’Arvier seguita dalla costituzione della cooperativa nel ‘78, l’anno successivo anche alla cooperativa la Kiuva arrivano i primi conferimenti ed infine nel 1980 nasce la cooperativa di Chambave. Oltre alle cooperative esistevano una quindicina di viticulteurs en caveurs; oggi siamo una sessantina di imbottigliatori.>>
I grandi cambiamenti portano con sé altrettanti problemi. Non sempre il lavoro è stato semplice, ciò nonostante, Grosjean li ricorda con affetto.
<<Il mio primo lavoro come tecnico, in collaborazione con l’università di Piacenza, fu lo studio di un piano nutrizionale del vigneto che ci permise di stilare una concimazione diversa divisa per tipologia di terreno. Poi iniziarono i primi anni difficili… fu una bella rivoluzione. Chiedevamo ai produttori di portarci due bottiglie per ogni vino prodotto, una da analizzare e una da tenere come campione intatto. All’inizio mi guardavano con sospetto, poi col tempo è nata una buona collaborazione a partire dalla vendemmia.
Ricordo un personaggio, a Chambave, che faceva moscato bianco. L’ho conosciuto nei primi anni 80 alla fiera dei vini ad Aosta in piazza del mercato. Passando tra i banchi mi capita di assaggiare il suo vino e, dopo sua insistenza, gli spiego che il suo vino poteva essere migliorato.
Qualche giorno dopo il produttore, sapendo che ero un tecnico regionale, mi chiama per dirmi che il mio giudizio era errato: infatti aveva venduto tutto il suo vino.
Passa il tempo e arriva il momento della festa del vino di Chambave; io avevo preteso di fare una degustazione alla cieca dei vini prima di farli partecipare all’evento. Colpo di scena: il suo vino viene bocciato>>.
A quel punto Grosjeansi offre di andarlo a trovare in cantina per dargli qualche consiglio e comprendere quali potessero essere i possibili errori. La moglie Emiliana inizia ad insultarlo dandogli del razzista e accusandolo di boicottare i vini prodotti da loro.
<<In cantina c’erano tre botti di moscato della vendemmia precedente rimaste invendute. Evidentemente qualche errore era stato commesso… Ho messo a posto una botte chiarificando il vino e da quel giorno si è convinto delle mie buone intenzioni a tal punto da chiamarmi Maestro>>.
La Valle d’Aosta ha una storia vitivinicola molto lunga, lo vedremo nel corso di questo viaggio; tuttavia, si sono perse due generazioni di viticoltori all’inizio del secolo scorso.
<<All’inizio del 900 si sono sviluppate le industrie e la gente ha iniziato a lavorare alla Cogne. Chi abitava nelle valli ha pensato di farsi una casa vicino a dove lavorava. Inoltre, ad inizio secolo c’è stata una forte migrazione dei valdostani verso l’estero e paesi, vigne e villaggi sono stati abbandonati.
In Valle d’Aosta non esisteva un vivaio che produceva barbatelle; le compravamo al mercato in base alla tipologia: rosso o bianco e che fosse molto produttivo.
Oggi stiamo recuperando alcuni vecchi vigneti grazie al libretto del Gatta*e alla memoria dei viticoltori. il 95% dei vigneti a partire dagli anni ‘70 ad oggi è stato rimesso a posto dal punto di vista varietale, c’è voglia di crescere>>.
Il lavoro in vigna è stato fondamentale ma sappiamo che il vino non si vende da solo, anche sotto quel punto di vista Vincent ricorda gli sforzi collettivi che furono fatti negli anni.
<<Quando andavo nei ristoranti mi accoglievano dicendo: è arrivato quello della picchetta, una porcheria. C’è voluta l’opera dei ristoratori che hanno creduto nel vino valdostano quelli che io considero i fenomeni della ristorazione dell’epoca sperando di non dimenticarne nessuno: Arturo di Cogne, Casale di Saint Cristophe, la Maison de Filippo, le Vieux Pommier ci hanno dato fiducia fin dall’inizio. Contemporaneamente sono nati i sommelier.
Oggi i vini valdostani godono di una certa stima e abbiamo degli enologi e dei viticoltori molto capaci, ma non dimentichiamo che i risultati di oggi sono dovuti al lavoro che è stato fatto negli anni>>
(to be continued…)
*vi racconteremo del Saggio sulle viti e sui vini della Valle d’Aosta di Lorenzo Francesco Gatta (1798-1876) nell’intervista fatta a Rudy Sandi.
