Conversazione con Rudy Sandi

23 FEBBRAIO 2024

La missione del sommelier

<<Reputo arrogantemente che esistano pochissimi terroirs capaci di competere con la complessità della Valle D’Aosta>>

Les Cretes Aymavilles

Esordisce così Rudy Sandi, laureato in Scienze Agrarie, specializzato in elaborazione dei dati territoriali e appassionato di ampelografia e storia delle culture rurali.

Dalle sue parole traspare un amore viscerale per la sua regione a tal punto da dedicare gli ultimi decenni allo studio della storia viticola della Valle d’Aosta.

<<Il nostro è un terroir viticolo che non può essere guardato con indifferenza; nella nostra regione coesistono tre tratti identitari salienti che ne riassumono la varietà e la complessità: la geologia, la storia e la ricchezza ampelografica>>.

Andiamo con ordine e cerchiamo di riassumere il fiume di informazioni di cui ci inonda, piacevolmente, Rudy.

Milioni di anni fa, 3500 km di costa europea e africana si “accartocciarono” tra di loro fino a ridursi a 400 km di costa. L’epicentro dello scontro avvenne in Valle d’Aosta; qui infatti ci sono le tracce più evidenti: i 4000m italiani del Monte Bianco, Monte Cervino e Monte Rosa insieme agli strati geologici più complessi.

<<In Italia interi terroirs vinicoli sono formati da un unico strato geologico. In Valle, se prendiamo come esempio il piccolo comune di Aymavilles, troviamo fino a 6 strati diversi in un’estensione di soli 3 km. In questo microscopico comune coesistono antichi graniti del continente europeo, una porzione dell’antico oceano e una porzione del continente africano. Il viticoltore qui ha la fortuna di avere un pezzo di vigna in Europa, un pezzo in Africa e un pezzo di vigna in un antichissimo continente oceanico primigenio. Se la complessità geologica in campo vitivinicolo è il primo tratto saliente per avere un vino di qualità, immaginate la complessità che può avere un vigneto che cresce qui>>.

Bien faire e laissez dire è il motto dei viticoltori valdostani che hanno alle spalle secoli di storia. Purtroppo, a causa della discontinuità nell’attività vitivinicola e dell’abbandono delle vigne, a fine ‘800 si è persa la memoria storica. Rudy negli anni ha svolto numerose ricerche trovando reperti storici d’eccezione e ripubblicando, correlato di note e approfondimenti, il Saggio sulle viti e sui vini della Valle d’Aosta scritto da Lorenzo Francesco Gatta (1798-1876) medico canavesano e studioso di ampelografia, enologia, agronomia e viticoltura.

<<La storia del vino in VdA è molto lunga, la prima citazione che ho avuto l’orgoglio di riscoprire è un’iscrizione romana del 63 d.C. ritrovata al Colle del Gran San Bernardo che riporta un’offerta di vino nei confronti della divinità pagana Penn. Questa è la prova tangibile che il vino in Valle ha almeno 2000 anni certificati>>. Il periodo successivo al 476 d.C. fu fondamentale per il mondo del vino valdostano. A seguito della caduta dell’impero romano d’occidente, il territorio fu spartito tra burgundi e ostrogoti. Gli ostrogoti acquisirono tutta l’Italia ad eccezione della Valle D’Aosta voluta fortemente dai burgundi.

<<I viticoltori valdostani avevano un privilegio unico e purtroppo sono l’unico a rilevarlo e sono disperato per questo motivo: siamo l’unica viticoltura al mondo che faceva parte della viticoltura borgognona e non lo diciamo a nessuno! Pensando alla Borgogna, vi verranno in mente sicuramente i monaci benedettini di Baune che hanno rivoluzionato la cultura viticola francese; ebbene quei monaci comandavano anche la cultura valdostana. Il monastero di Sarre o la parrocchia di Saint Christophe ne sono la prova>>.

Recentemente, negli scantinati della chiesa di Saint Martin si sono scoperte 4700 pergamene e 3386 regesti scritti in francese antico, che Rudy ha avuto la fortuna di consultare. Alcuni di questi documenti testimoniano la presenza dell’attività viticola alla fine del 1300 proprio nella zona di Aymavilles come per esempio il contratto di affitto delle vigne o il pagamento dei salariati per lavori agricoli quali potatura e vendemmia. Tuttavia il documento più prezioso capitato nella mani di Rudy è proprio il famoso saggio del Gatta: “la Bibbia” come lui ama definirla.

<< Il Gatta ha descritto la storia della viticoltura ottocentesca valdostana, ci ha restituito una descrizione della viticoltura identitaria specifica. Non è vero che i francesi sono stati i primi a catalogare e categorizzare i territori. Nel 1836 Gatta ci descrive come in VdA sapessimo già dividere i cru e grand cru per zona e avessimo già ripartito il territorio in circondari>>.

Rudy Sandi oltre ad essere uno studioso, un bevitore sopraffino, è anche un vignaiolo. Nel suo terreno di Gressan, grazie alla consulenza di Giulio Moriondo e José Vouillamoz riscopre il Neret picciou, un vitigno autoctono valdostano citato proprio nel libro del Gatta. Esistono  tre cloni diversi di Neret: il Neret rare (dove raro probabilmente significa rado) che secondo il Gatta dava vini carichi, molli e di poca durata; il Neret picciou che dava vini mediocremente secchi e spiritosi; il Neret gros che restituiva vini piuttosto carichi, spiritosi e alquanto conservabili.

<<Mi sono fatto portavoce di un argomento a cui i vignerons tengono tanto: la propria storia. E l’ho fatto studiandola e rendendoli partecipi di un passato che era andato dimenticato. Il recupero identitario è la cosa più importante in Valle, se non sai chi sei, non sai dove andare>> Rudy ci racconta come è nato il progetto sul Clairet, un vino di lusso composto da tre parti di Nebbiolo e una di Neret.

<<Il recupero e lo studio del Neret mi hanno portato a consultare gli appunti di un vigneron del ‘700, tale Pantaléon Bich sindaco di Nus, avvocato, persona di grande cultura. Riscopro il consumo del Nebbiolo in bassa valle da parte dei nobili della zona che, per le loro vigne migliori, volevano che i mezzadri vinificassero il Nebbiolo in purezza o il Nebbiolo insieme al Neret. Allora prendo l’auto e mi reco ad Arnad, nel clos de Barme, segnalato come il cru coltivato a Neret e lì un anzianissimo vigneron mi nota. Chiacchieriamo e gli racconto che sono appassionato di ampelografia così mi confida di essere l’ultimo a riconoscere il Neret gros e mi mostra le ultime cinque piante della sua vigna. Con una soffiata di secoli prima mi reco in quella vigna e trovo l’ultimo depositario di quella varietà. Dimmi se non c’è stato un intervento delle divinità del vino valdostano!>>.

La riscoperta del Neret porta Rudy ad occuparsi di due progetti: il primo, insieme a Didier Gerbelle, sulla vinificazione in purezza del vitigno autoctono, da cui nasce l’etichetta a L’Aîné. Il secondo progetto chiama in causa dei vignerons con lo scopo di far rinascere il Clairet.

<< Il mio obiettivo era quello di  restituire alla viticoltura valdostana la sua identità con un prodotto identitario di qualità. I documenti storici ci raccontano che il Clairet veniva vinificato in passito nel 1400, mentre lo Sfurzat arriva solo un secolo dopo. Noi abbiamo una storia di passiti dei Nebbiolo antecedente ad altri territori. Il miglior futuro è il nostro miglior passato, le radici sono importanti ma c’è ancora molto da scoprire>>.

Katia Albanese

CLAUDIA LOMBARDO