Il mio rifugio
LUGLIO 2024
Il clima infuocato di questi giorni e le bellezze naturali fanno della Valle d’Aosta una meta fresca e ambita.
La ressa e il caldo delle località marine spariscono sulle montagne che avvicinano al cielo.
I turisti che affollano i sentieri che si inerpicano nelle tante vallate, spesso, non sono abituali alle passeggiate alpine e ben presto il fiato diventa sempre più corto, il caldo aumenta e il sudore inzuppa le magliette. La meta della camminata è il miraggio che appare alla fine della passeggiata: il rifugio. Un nome e una garanzia, un ambiente sempre famigliare, accogliente, che con prodotti e preparazioni ispirati dalla cultura locale allietano e sollevano dalla fatica.
Per tanti motivi che credo non interessino a nessuno, la mia partecipazione a tali escursioni scarseggia, ma la giornata in montagna non me la faccio mancare.
Da molti anni ormai, nelle giornate più afose, trovo piacere e sollievo frequentare la Val Ferret, una valle ai piedi del Monte Bianco, paesaggi da favola che riempiono occhi e cuore.
In uno degli ultimi villaggi della valle, a Lavachey, c’è il “mio rifugio”, Bruna e Ferruccio ti accolgono in un ambiente famigliare che non ha nulla da invidiare ai tanti rifugi che con qualche ora a piedi si possono raggiungere, il sorriso di Gaia poi ti convince che sei nel posto giusto. Un tavolo nello spazio verde lo trovano sempre, la scelta è ampia ma ormai da anni mi ritrovo a scegliere sempre le stesse cose. Inizio il mio pranzo con un tagliere di salumi e formaggi locali, i formaggi poi arrivano non da chilometri zero ma da metri zero, dietro il rifugio, in un ampio prato che sale poi verso la montagna, i campanacci “Chamonix” di una mandria di mucche allietano l’ambiente e non solo, il pastore, con il loro latte, produce gustosissime tome che allietano le tavole del ristorante. A seguire poi non posso farmi mancare la polenta concia, una polenta che rievoca gusti di un passato aimè per me,
lontano, impreziosita da gustosa e filante fontina, il conosciuto e emblematico formaggio, frutto della cultura locale, il tutto accompagnato da una salsiccietta in umido che si fa mangiare solo a guardarla. Il risultato è piacere puro. Il tagliere iniziale, il gustoso e saporito piatto descritto necessitano di un abbinamento all’altezza delle sensazioni sensoriali vissute. Tra le numerose bottiglie della Cave des Onze Communes che stazionano su una mensola all’ingresso, l’ultima volta che sono stato al mio rifugio ho visto fare capolino una bottiglia di Vuillermin dell’Institut Agricole Régional, un vitigno autoctono, “de inche” come si dice, non so se si scrive così, poco conosciuto, ma che si armonizza splendidamente con questo tipo di ristorazione; vino che ti sorprende dalla vivacità del suo colore rubino, da suadenti profumi fruttati che ricordano piccoli frutti rossi di bosco da cui spicca un marcato lampone armonizzati da delicati sentori speziati, in bocca poi è secco e caldo ma non manca una piacevole freschezza accompagnata da una discreta tannicità. A fine pasto non si può rinunciare al dolce rigorosamente fatto in modo artigianale.
Dopo qualche momento di relax si può tornare in città e pensare a quando si potrà tornare.
