Viaggio nella perla nera del Mediterraneo

15 MAGGIO 2024

Ci sono alcuni momenti nella vita in cui bisogna avere coraggio. Coraggio di scegliere, di osare, talvolta di fare un salto verso l’ignoto. E a Gabrio Bini, architetto Milanese di origini fiorentine, questo coraggio non è mancato quando, in viaggio a Pantelleria, si innamora follemente dell’isola e decide di cambiare radicalmente vita, ivi trasferendovi e fondando l’azienda agricola Serragghia. Avvia così, sul finire degli anni ’90, una piccola coltivazione di capperi dedicandosi poi, nel tempo, anche alla produzione di vino.
Qui, nella zona vitivinicola più meridionale d’Italia, tra sole, scirocco e un mare cristallino, da sempre si coltiva l’uva Zibibbo secondo la tradizionale tecnica dell’Alberello pantesco, già patrimonio dell’UNESCO dal 2014.

Les Cretes Aymavilles

Ci sono alcuni momenti nella vita in cui bisogna avere coraggio. Coraggio di scegliere, di osare, talvolta di fare un salto verso l’ignoto. E a Gabrio Bini, architetto Milanese di origini fiorentine, questo coraggio non è mancato quando, in viaggio a Pantelleria, si innamora follemente dell’isola e decide di cambiare radicalmente vita, ivi trasferendovi e fondando l’azienda agricola Serragghia. Avvia così, sul finire degli anni ’90, una piccola coltivazione di capperi dedicandosi poi, nel tempo, anche alla produzione di vino.

Qui, nella zona vitivinicola più meridionale d’Italia, tra sole, scirocco e un mare cristallino, da sempre si coltiva l’uva Zibibbo secondo la tradizionale tecnica dell’Alberello pantesco, già patrimonio dell’UNESCO dal 2014.

Qui Gabrio continua a osare, decidendo di valicare i confini territoriali e iniziando a coltivare vitigni che fino a quel momento poco o nulla avevano a che fare con l’isola.

Qui, nelle vigne di Serragghia, oltre all’autoctono moscato di Alessandria, troviamo varietà quali il Cataratto, il Nerello Mascalese, il Pignatello, il Carignano, il Merlot, il Syrah e il Pinot Nero.

Oggi è il figlio Giotto a guidare, affiancato dal padre, l’attività. La filosofia è la stessa di sempre: orientata a una produzione quanto più naturale e autentica possibile a partire dalla vigna, dove due cavalli sono lasciati liberi di razzolare a loro piacimento, fino ad arrivare in cantina dove le lavorazioni sono prettamente artigianali.

Le fermentazioni avvengono spontaneamente con l’utilizzo di solo lieviti indigeni, i vini subiscono lunghe macerazioni a contatto con le bucce e vengono affinati in anfore di terracotta interrate nel tufo e lasciate a cielo aperto, non segue nessuna chiarifica né filtrazione al momento dell’imbottigliamento e soprattutto non viene utilizzata solforosa in nessuna delle fasi produttive.

L’intento è creare dei vini che trasmettano l’aromaticità, i profumi e la vitalità di questa terra selvaggia e leggendaria. Terra in cui si tramanda ancora oggi il mito della dea Tanit, che, infatuatasi di Apollo, salì sull’Olimpo travestita da coppiera e, sostituendo l’Ambrosia con il mosto delle uve di Pantelleria, riuscì nel suo fine di sedurre il dio.

Lo zibibbo, pertanto, si fregia da tempo immemore di essere l’unico vino capace di sostituire il nettare degli dei.

Ed è il ricordo di questo mito che riconosciamo tra i barbagli dorati del primo calice, il Cicala 2021, metodo ancestrale prodotto da uve Zibibbo. Ci sorprende subito con sentori di pesca, agrumi e frutta macerata, papaya e fico d’india, per poi distendersi su note salmastre e ricordi di liquirizia. In bocca è energico e dinamico grazie a una nota marina che ci accompagna in un finale coinvolgente che invoglia il secondo calice.

Procediamo con lo Zibibbo Heritage 2022 da vigne di 120 anni. Ampio ventaglio aromatico con note di pesca, albicocca candita, salvia, bergamotto, luppolo americano seguite da sbuffi di cedro candito e limone fresco. In bocca è potente e salino con lunghi echi che richiamano le sensazioni olfattive.

Il terzo e ultimo Moscato della batteria è lo Zibibbo Riserva Genevieve 2022. Ci stuzzica il naso con note dolci, di zucchero filato e pesca sciroppata, per poi lasciare spazio a ricordi di macedonia di melone, pesca e lime. L’assaggio titilla le papille gustative, la notevole freschezza richiama un secondo sorso e garantisce a questo prezioso nettare un grandissimo potenziale evolutivo.

Un assemblaggio di Pignatello e Cataratto per il “rosso di casa”, il Rosso Fanino 2022. Pennellate di succosa fragola, menta e melagrana si intrecciano ad accenni di erbe aromatiche e pesca. In bocca è pieno, con un tannino ben presente che accompagna la grande sapidità in una chiusa di arancia sanguinella. Trovarne vini della casa così!

Grande carattere per l’Onda Rosso 2022, blend di Syrah, Merlot e Nero d’Avola. Variegato il bouquet di erbe aromatiche che spazia dal timo, all’origano per sfumare sulla maggiorana. E ancora carruba, piccoli frutti scuri, caffè e pepe nero. Un tannino graffiante ci accompagna su un finale sapido e balsamico.

Passiamo quindi al Riserva Giotto, Carignano in purezza. Ci accoglie un naso mediterraneo giocato su mora, mirtillo, arancia, anice stellato, alloro e noce moscata. In bocca è carnale, masticabile, con un tannino avvolgente e una chiusura amaricante che accompagna la saporita persistenza.

Terminiamo il nostro percorso con il Pinot Nero Riserva Gabrio. Ci seduce con note di mora di gelso, arancia amara e bonbon americano a cui seguono accenni di tamarindo e alkekengi e richiami più selvatici. La trama tannica è ben definita, in bocca è potente e pieno: di sicuro un Pinot Nero al di fuori degli schemi.

Concludiamo la serata con la consapevolezza di aver degustato vini di grande carattere e chiara identità che sanno instillare emozioni in chi li beve, come frecce che figgono il bersaglio e non si fanno dimenticare per molto tempo.

Katia Albanese

ELISA FILIPPI